Il contagio - La piazza iraniana urla “siamo vivi!”
Bengasi in rivolta svela la lotta interna al regime di Gheddafi
La “Giornata della collera”, in Libia, è prevista per oggi, ma ieri sono iniziati violenti scontri a Bengasi, dopo l’arresto di un militante per i diritti umani. Oltre al contagio delle piazze arabe, a destabilizzare il regime di Muammar Gheddafi c’è anche la lotta tra una fazione più riformista, guidata da un figlio del rais, e una più conservatrice, che è legata al primo ministro. Anche nella piazza di Teheran, ieri piena per il secondo giorno, ci sono alcune divisioni. Leggi Al Qaida è defilata, ma ha il modo di dirottare la transizione d’Egitto

La “Giornata della collera”, in Libia, è prevista per oggi, ma ieri sono iniziati violenti scontri a Bengasi, dopo l’arresto di un militante per i diritti umani. Oltre al contagio delle piazze arabe, a destabilizzare il regime di Muammar Gheddafi c’è anche la lotta tra una fazione più riformista, guidata da un figlio del rais, e una più conservatrice, che è legata al primo ministro. Anche nella piazza di Teheran, ieri piena per il secondo giorno, ci sono alcune divisioni. Mentre il presidente, Mahmoud Ahmadinejad, ridicolizza gli oppositori e invia navi da guerra nel Mediterraneo, l’Onda verde urla “siamo vivi!”, cercando però un obiettivo per riunirsi.
Sono giornate decisive per il regime di Muammar Gheddafi: ieri migliaia di persone sono scese in strada a Bengasi con un giorno di anticipo rispetto alle previsioni della polizia, e hanno impegnato per ore le forze di sicurezza. Il network arabo al Jazeera parla di quaranta feriti e di decine di arresti. Secondo fonti non ufficiali, il colonnello vorrebbe partecipare in prima persona alle manifestazioni di solidarietà a se stesso che gli ufficiali del regime hanno organizzato in tutto il paese.
Le proteste sono cominciate martedì notte, quando i familiari delle 1.200 vittime della rivolta di Tripoli del 1996 si sono ammassati davanti al commissariato di Bengasi: lì, pochi giorni fa, la polizia ha arrestato il loro coordinatore, l’avvocato Fethi Tarbel. Il gruppo è stato attaccato sia dagli agenti sia dai sostenitori di Gheddafi; gli scontri sono proseguiti per tutta la notte, ma i manifestanti sono riusciti a ottenere la scarcerazione di Fethi Tarbel. La protesta di Bengasi è stata un’anteprima spontanea della “Giornata della collera” indetta per oggi dalle forze di opposizione. La piazza ricorda il quinto anniversario degli incidenti del 2006, quando il consolato italiano fu preso d’assalto per punire l’esibizione di una maglietta antislamica da parte del ministro leghista Roberto Calderoli. I cortei saranno monitorati da un’unità di crisi capeggiata dal responsabile degli Esteri, Moussa Koussa, dal ministro della Pubblica sicurezza, Younis al Obeidi, e da quello dell’Economia, Mohammed al Hwueji.
Gheddafi ha deciso di anticipare il più possibile la piazza e di mobilitare capillarmente i suoi simpatizzanti (per placare le proteste, ha anche liberato cento carcerati islamisti). I Consigli del popolo raggiungono ogni angolo del paese e portano un discreto consenso al regime: queste strutture servono a distribuire buona parte delle ricchezze e permettono alla popolazione di avere il reddito pro capite più alto del continente – fatta eccezione per il Sudafrica. Nei prossimi giorni ci saranno manifestazioni a sostegno di Gheddafi in tutti i centri libici, il che rende probabili gli scontri con gli oppositori, a partire proprio da Bengasi. Non è l’unico problema di Gheddafi. A Tripoli è in corso da mesi una guerra di potere: da un lato c’è il movimento riformista di Saif el Islam Gheddafi, il figlio del colonnello uscito allo scoperto con una emittente televisiva, al Mutawassat, e un quotidiano, Qurina; dall’altro c’è la componente conservatrice che ha nel premier, al Baghdadi al Mahmoudi, il punto di forza. Lo scontro è tutt’altro che silente. L’11 novembre, il governo ha censurato la televisione di Saif e ha arrestato alcuni dei suoi giornalisti. Gheddafi – che non ricopre nessun incarico istituzionale, ma è “Guida della Rivoluzione” – si pone nel ruolo di mediatore tra i due fronti. Il possibile arrivo di un movimento simile a quello di piazza Tahrir rischia di rendere il paese ingovernabile. Soprattutto se l’epicentro della possibile rivolta sarà la Cirenaica, la regione che, secondo alcuni analisti, matura l’idea della secessione.
Bengasi è da sempre il cuore dell’opposizione – negli anni Settanta vide una sollevazione militare, negli anni Novanta una insurrezione fondamentalista. E’ sempre stata considerata marginale nella ripartizione del potere e dei proventi del petrolio a causa dell’incidenza politica dei Fratelli musulmani egiziani e di gruppi fondamentalisti sugli immigrati. Con sei milioni di abitanti, la Libia ha circa un milione e mezzo di immigrati, il che si deve anche a una disposizione voluta da Gheddafi, che impedì ai cittadini libici di avere come dipendenti altri libici. Gli immigrati egiziani, tunisini e di tutta l’Africa svolgono buona parte dei lavori manuali in condizioni non garantite. Da qui, la loro politicizzazione e il raccordo con le forze d’opposizione libiche.
Le proteste sono cominciate martedì notte, quando i familiari delle 1.200 vittime della rivolta di Tripoli del 1996 si sono ammassati davanti al commissariato di Bengasi: lì, pochi giorni fa, la polizia ha arrestato il loro coordinatore, l’avvocato Fethi Tarbel. Il gruppo è stato attaccato sia dagli agenti sia dai sostenitori di Gheddafi; gli scontri sono proseguiti per tutta la notte, ma i manifestanti sono riusciti a ottenere la scarcerazione di Fethi Tarbel. La protesta di Bengasi è stata un’anteprima spontanea della “Giornata della collera” indetta per oggi dalle forze di opposizione. La piazza ricorda il quinto anniversario degli incidenti del 2006, quando il consolato italiano fu preso d’assalto per punire l’esibizione di una maglietta antislamica da parte del ministro leghista Roberto Calderoli. I cortei saranno monitorati da un’unità di crisi capeggiata dal responsabile degli Esteri, Moussa Koussa, dal ministro della Pubblica sicurezza, Younis al Obeidi, e da quello dell’Economia, Mohammed al Hwueji.
Gheddafi ha deciso di anticipare il più possibile la piazza e di mobilitare capillarmente i suoi simpatizzanti (per placare le proteste, ha anche liberato cento carcerati islamisti). I Consigli del popolo raggiungono ogni angolo del paese e portano un discreto consenso al regime: queste strutture servono a distribuire buona parte delle ricchezze e permettono alla popolazione di avere il reddito pro capite più alto del continente – fatta eccezione per il Sudafrica. Nei prossimi giorni ci saranno manifestazioni a sostegno di Gheddafi in tutti i centri libici, il che rende probabili gli scontri con gli oppositori, a partire proprio da Bengasi. Non è l’unico problema di Gheddafi. A Tripoli è in corso da mesi una guerra di potere: da un lato c’è il movimento riformista di Saif el Islam Gheddafi, il figlio del colonnello uscito allo scoperto con una emittente televisiva, al Mutawassat, e un quotidiano, Qurina; dall’altro c’è la componente conservatrice che ha nel premier, al Baghdadi al Mahmoudi, il punto di forza. Lo scontro è tutt’altro che silente. L’11 novembre, il governo ha censurato la televisione di Saif e ha arrestato alcuni dei suoi giornalisti. Gheddafi – che non ricopre nessun incarico istituzionale, ma è “Guida della Rivoluzione” – si pone nel ruolo di mediatore tra i due fronti. Il possibile arrivo di un movimento simile a quello di piazza Tahrir rischia di rendere il paese ingovernabile. Soprattutto se l’epicentro della possibile rivolta sarà la Cirenaica, la regione che, secondo alcuni analisti, matura l’idea della secessione.
Bengasi è da sempre il cuore dell’opposizione – negli anni Settanta vide una sollevazione militare, negli anni Novanta una insurrezione fondamentalista. E’ sempre stata considerata marginale nella ripartizione del potere e dei proventi del petrolio a causa dell’incidenza politica dei Fratelli musulmani egiziani e di gruppi fondamentalisti sugli immigrati. Con sei milioni di abitanti, la Libia ha circa un milione e mezzo di immigrati, il che si deve anche a una disposizione voluta da Gheddafi, che impedì ai cittadini libici di avere come dipendenti altri libici. Gli immigrati egiziani, tunisini e di tutta l’Africa svolgono buona parte dei lavori manuali in condizioni non garantite. Da qui, la loro politicizzazione e il raccordo con le forze d’opposizione libiche.